Giovanna Providenti, “La porta è aperta - vita di Goliarda Sapienza”

9 Dicembre 2010

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Sono grata a Giovanna Providenti per quest’assoluto atto d’amore: ricostruire la vita di una grande scrittrice che, per aver osato uscire da ciò che ci si aspettava da una signora che scrive, è stata respinta, isolata, oltraggiata da una critica polverosa, presuntuosa e terrorizzata da ogni imperio letterario femminile libero e imprevedibile, che osi uscire dai canoni fissati dalle mode.
Spero che questa volta i critici e gli editori si accorgano subito del valore di La porta è aperta, una biografia rigorosa eppure costruita come un romanzo appassionato che comincia molto prima che Goliarda nasca, raccontando come in una saga le vite dei suoi singolari genitori.
Capitolo dopo capitolo Giovanna Providenti intreccia spesso la vita di Goliarda a quella di Modesta, la protagonista di L’arte della gioia, in un gioco di specchi che riflettono due vite singolari, temibili, appassionate che non hanno paura dello scandalo né dell’irregolarità né della crudeltà.
È un lavoro sapiente quello di Giovanna che fa riflettere anche su come dieci, trent’anni fa, malgrado il femminismo, malgrado l’apparente libertà, la femminilità potesse ancora essere una prigione, una esclusione, un’invisibile ragnatela che certe volte pare calare tuttora su donne che non stanno alle regole, ai nuovi conformismi in cui si cerca di rinchiuderle.
Minuziosa, ricca, documentata, raccontando un personaggio difficile e ancora sconosciuto, se non per i fatti ormai noti (il cinema, il teatro, un furto, l’impegno politico, la prigione, la miseria, gli amori), questa biografia riesce a farne un grande personaggio: a comunicarci quanto la figura anomala di Goliarda sappia parlarci di quella ribellione, e di quel dolore silenzioso che tante donne quasi sempre nascondono per difendersi dalle ferite del mondo.

(Natalia Aspesi dalla motivazione al Premio Calvino 2009, di cui il testo è stato finalista.)

ISBN:9788890356971

Prezzo: €15,00

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Intervista a Giovanna Providenti, di Maria Teresa Ciammaruconi.

7 Dicembre 2010

Tra tante scrittrici, perché proprio Goliarda? In che cosa è diversa da altre scrittrici?

Diversa è diversa. Per questo ancora stenta ad essere compresa: lei è stata, ed ha raccontato, un modo di essere donna non previsto dai cliché sociali e… dirompente. C’è una cosa che accomuna le protagoniste femminili dei suoi romanzi e appartiene anche a lei: il fatto di vivere fino in fondo le contraddizioni della vita, ritrovandosi a percorrere lungo difficili crinali esistenziali, disposta a correre molti rischi pur di essere se stessa.

La sua continua ricerca d’intensità ed autenticità implica un modo di essere donna e di raccontare le donne molto diverso da quello imposto tradizionalmente dai canoni culturali: un modo estremamente spregiudicato che non piace a molte femministe, e che invece fa innamorare follemente di lei tutte le persone, donne e uomini, che hanno voglia di sganciarsi da falsità e maschere sociali e di contattare la propria anima nuda.

Anch’io da quando l’ho incontrata mi sento cambiata, come se lei mi avesse portato a visitare un luogo di me stessa da cui non voglio più tornare indietro. Ovviamente se volessi potrei farlo così come è evidente che questo luogo non è statico, posso spostarmi in qualsiasi direzione le circostanze della vita e le mie scelte mi condurranno in futuro. Ma lei non è passata invano. Mi ha lasciato un coraggio che prima non avevo. Lei non era semplicemente anticonformista, lei si imponeva di avere sempre un pensiero proprio su ogni cosa le si presentasse davanti. Ma anche nei confronti di questo pensiero si interrogava, lo metteva in discussione. Aveva sia il coraggio di pensare in maniera davvero libera sia il coraggio di cambiare idea, ponendosi all’opposto di ogni conformismo e adesione incondizionata ai quali contrappone il dubbio, “le certezze del dubbio”, come diceva lei.

Puoi accennare agli eventi più significativi delle vicende familiari di Goliarda Sapienza?

La cosa più ripetuta riguardo alla sua formazione è l’antifascismo dei genitori, ma la formazione non è fatta solo di idee ma soprattutto di esperienze. Nata a Catania nel 1924 da genitori vedovi che avevano già sette figli la madre e tre il padre, Goliarda fa esperienza della morte fin da piccolissima, perdendo ben cinque fratelli. Inoltre il suo nome è dovuto alla morte di un altro fratello, figlio del padre, ucciso nel 1921 probabilmente dalla mafia.

La sua infanzia e adolescenza trascorsa in piena epoca fascista, in mezzo a molti lutti e un clima di repressione, le fanno sperimentare come per sopravvivere e farsi notare dai propri oggetti d’amore (genitori, fratelli e sorelle) le fosse indispensabile una estrema carica di energia vitale: divenire il centro vitale della casa, colei che semina vita e gioia in mezzo a tanti lutti, malattie e discordie. A fermarla è solo la malattia che sperimenta all’età di nove anni ammalandosi di difterite e poi da adolescente con la TBC. Intanto si trasferisce a Roma dove oltre ad essere allieva della scuola d’arte drammatica si ritrova a fare la staffetta partigiana e, soprattutto, l’unica ragione di vita della madre, ex militante socialista, gravemente depressa e malata di diabete, che la figlia cura, tenendola in casa con sé, fino a quando non le sarebbe morta fra le braccia nel 1953. Nella mia biografia dedico anche un’ampia parte iniziale alle vicende esistenziali e politiche della madre di Goliarda: Maria Giudice, dimenticata personalità storica del socialismo e sindacalismo italiano.

Tra gli anni 50 e 60 la troviamo accanto a Citto Maselli in quell’ambiente intellettuale, forse un po’ snob, nel quale si è portata avanti tanta ricerca artistica. Ma G. resta dietro le quinte, in senso letterale e metaforico, ai margini di quel magma che poi sfociò nella contestazione politica e soprattutto culturale che ha acceso la fine degli anni ‘60. Come spieghi questo atteggiamento?

Quello che conta dire non è tanto che lei stesse dietro le quinte, quanto che lei non era disposta a vivere nell’autenticità. Non era disposta non semplicemente a un livello ideale, ma proprio visceralmente. Questo rifiuto viscerale di tutto quanto le appare inautentico, la non disponibilità a fare compromessi con il proprio senso etico, la conduce ad abbandonare la carriera teatrale, a non riuscire a sfondare nel cinema e anche contribuisce a provocare una grave depressione, che la porta per due volte a tentare il suicidio. Goliarda inizia la carriera teatrale a Roma, nel periodo difficile del secondo dopoguerra. Pur avendo frequentato per intero l’Accademia d’Arte drammatica, non si diploma perché contesta gli insegnamenti retrogradi dell’Accademia e forma una compagnia di avanguardia insieme ad altri ex studenti contestatari, attratti, come lei, dal metodo proposto da Stanislavskj in quegli anni. Fare l’attrice le piace perché attraverso la recitazione può esprimere la pienezza e contraddizione del suo animo, ma non le piace il mondo falso in cui vivono attori e attrici di successo.

In che modo ha lavorato nel cinema?

Vi ha lavorato da attrice in parti minori ma con importanti registi dell’epoca come Visconti e Comencini. Ma il lavoro più importante che ha fatto è quello che lei definiva di “cinematografara”, che consisteva nella factotum accanto a Citto Maselli (suo compagno di vita tra il 1947 e il 1965), nella regia di tutti i suoi documentari e dei primi lungometraggi. Il lavoro di “cinematografara” nell’ambito del cinema d’“autore” appassiona infinitamente la futura scrittrice Goliarda Sapienza, che nelle sue migliori opere letterarie fa tesoro di quella che lei definiva “l’università del cinema”.

A me sembra che, consumato l’ardore rivoluzionario per interposta persona (la madre, il padre) è poi passata ad una rivoluzione interiore della quale solo oggi cominciamo a comprendere l’importanza. Che ne pensi? Forse è per questo che ha lasciato il teatro e si è dedicata alla narrazione.

Immagino che a una domanda di questo tipo Goliarda avrebbe potuto risponderti con una delle sue battute ironiche. Ti avrebbe detto che “la rivoluzione ci pensava mia madre a farla!”, così come nei romanzi autobiografici ripete più volte “la sindacalista era mia madre!” sottintendendo che lei aveva scelto di svincolarsi dall’idea di avere la “fede” per cui lottare e su cui educare le masse, che aveva avuto sua madre. A lei la politica non interessava, così come non le interessava trovare, raggiungere degli obiettivi. Voleva piuttosto sperimentare e continuare a cercare. Per questo preferiva le certezze del dubbio a quelle della verità. Eppure in questo si palesa una delle sue tante contraddizioni perché anche lei ha fatto politica! L’ha fatta seduta alla scrivania a scrivere i suoi libri e a inventarsi un personaggio come Modesta: una donna in grado di rinascere continuamente a se stessa. Nella continua rinascita vi è la rivoluzione interiore di cui parli tu, e che consiste nel contattare le parti di sé più profonde e sostenere l’autenticità umana. In un passo di “L’arte della gioia” si legge: “Rinasce Modesta partorita dal suo corpo, sradicata da quella di prima che tutto voleva, e il dubbio di sé e degli altri non sapeva sostenere. Rinasce nella coscienza d’essere sola”. Da un punto di vista biografico questa “rinascita” riguarda la grave depressione da cui l’autrice è emersa. Jung diceva che la depressione è una malattia dello spirito che ti porta sull’orlo dell’abisso del tuo stesso inconscio. In bilico come un/a funambolo/a, ma anche più vicino a te stesso/a. Se attraversata la depressione può essere un grande strumento di crescita.

Quale ti sembra l’episodio più felice della sua vita? Quale il più drammatico?

Verrebbe da rispondere che l’episodio più drammatico della sua vita deve essere stato senz’altro l’esperienza nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Roma in cui ha subito una serie micidiale di elettroshock causandole anche danni celebrali. Verrebbe da dire questo perché lei questo diceva. Ma io invece penso che alcuni episodi della sua infanzia, che in fondo il medico che le ha fatto l’elettroshock voleva, in buona fede, aiutarla a dimenticare (senza riuscirci) siano stati molto più tragici. In particolare episodi di solitudine, ai limiti dell’abbandono. Come quando, a sei anni, è rimasta da sola per ore chiusa fuori dal balcone e fuori diluviava: ma lei doveva stare zitta, per non farsi vedere dalla polizia fascista, che perquisiva la casa, distruggendo oggetti e carte. O quando è morto il fratello minore all’età di due anni, e un fratello e una sorella più grandi: lutti avvenuti tutti intorno ai suoi quattro anni di età. Immagino che esperienze simili permangano nella memoria emozionale in maniera davvero tragica e distruttiva. Tra i momenti felici annovererei senz’altro il tempo da lei trascorso nella costiera Amalfitana, o a Gaeta, quando ancora non erano località turistiche e Goliarda vi andava per cercare un suo intimo rapporto con la natura selvaggia e con il mare. O anche felici sono stati i lunghi giorni trascorsi “insieme alla mia Modesta”, (come scrive lei nei diari) quando per quasi dieci anni si è chiusa in casa a scrivere “L’arte della gioia”.

In che cosa può aiutarci l’incontro con Goliarda?

Nel ritrovare, attraverso di lei, la possibilità di essere una persona veramente libera. Anzi di più: una funambola, che ha il coraggio di attraversare la complessità dell’esistente nella maniera più rischiosa possibile: in bilico tra ambiguità e contraddizioni, aspirando a fare chiarezza tra le bugie per guardare alla realtà nuda di cose e persone senza sentire il bisogno di aderire ad alcuna “fede” o “chiesa” che facilitino la via. Questo è stata lei: una funambola tra le contraddizioni, tra il bene e il male, il bello e il brutto, il giusto e lo sbagliato. A ogni passo un po’ più consapevole che cose apparentemente in opposizione tra loro, non sono che il risvolto di una stessa emozione.

Come si intitola il tuo libro e chi lo pubblica?

La porta è aperta. Vita di Goliarda Sapienza.

Pubblicato da Villaggio Maori.

(Intervista comparsa sulla rivista “Il cavallo di Cavalcanti”, anno 2, numero 3, dicembre 2008)

(per acquistarlo-> http://www.descritto.it/area/ordina.php?riga=166)

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“Aperitivo con Goliarda”

11 Giugno 2010

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“Goliarda e le altre”

16 Marzo 2010

Si terrà a Catania, dal 7 all’11 aprile 2010, “Goliarda e le altre”, l’evento multidisciplinare ideato dalla casa editrice catanese Villaggio Maori Edizioni e realizzato in collaborazione con il Corso di Laurea in Scienze storiche e politiche della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Catania e CGIL Catania. Convegni, approfondimenti, letteratura, teatro, musica, arte, fotografia: una molteplicità di linguaggi e di forme espressive per tessere in un unico filo costruttivo il coraggio delle scelte “difficili”, l’attenzione al genere, l’impegno politico, il rapporto con le altre donne, l’introspezione liberatoria delle donne e delle autrici che hanno segnato la nostra cultura.

Centro focale dell’iniziativa sarà la costituzione di un Centro Studi permanente su Goliarda Sapienza, che si occupi di mantenerne vivo l’interesse artistico, lettererario, sociale e politico attraverso un costante studio e approfondimento della figura di donna e delle opere, e l’imminente pubblicazione del volume “INTERVISTE. Dialoghi intorno a Goliarda Sapienza” a cura di Maria Arena (Villaggio Maori Edizioni - 2010), che raccoglie per la prima volta in un unico testo numerose interviste sulla scrittrice attraverso la testimonianza del regista Francesco Maselli, dell’attore Angelo Pellegrino e della biografa Giovanna Providenti.

L’evento “Goliarda e le altre” ospiterà all’interno del suo programma “Re-Sisters”, un progetto multimediale (un libro e un video) di Ippolita Franciosi e Laura Fantone incentrato su interviste rilasciate da donne attive nei movimenti sociali a livello globale (ospitato l’8 aprile da Zo), e lo spettacolo teatrale “Io ho fatto tutto questo” di Maria Arena e Daniela Orlando (il 10 e l’11 aprile da Zo, in collaborazione con TE.ST Gesti Contemporanei - Teatro Stabile Catania), carico di suggestioni sonore e vocali, performance e video: un percorso legato alla biografia di Goliarda Sapienza e la sua formazione di scrittrice attraverso i testi autobiografici che precedono ‘L’arte della gioia’.

Partner dell’iniziativa l’UDI, La Città Felice, Open Mind GLBT, Associazione Goliarda Sapienza, La Società delle Letterate e Rivista Marea.

Per info: www.goliardasapienza.it, www.villaggiomaori.com, info@villaggiomaori.com, vix.t@hotmail.it

PROGRAMMAMercoledì, 7 aprile - Facoltà Scienze Politiche:Ore 9.30: “Goliarda e le altre: una riflessione su Goliarda Sapienza”Ore 11.00: Tavola rotonda: “Lessici e soggettività femminili di ieri, oggi e domani”.

Incontro-dibattito sulle questioni più interessanti per le giovani donne e studiose di women e gender in Italia. Nel corso dell’incontro sarà presentato il progetto per la costituzione di un “Centro Studi Goliarda Sapienza” presso il Corso di laurea in Scienze storiche e politiche della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Catania, la creazione della Collana “Goliarda Sapienza” della casa editrice Villaggio Maori Edizioni e la proposta di istituzione del “Premio Goliarda Sapienza a una tesi di genere”: pubblicazione di una tesi di genere e presentazione del volume edito nell’ambito della commemorazione annuale di Goliarda Sapienza.

Saranno riconosciuti crediti formativi agli studenti della facoltà di Scienze Politiche che prenderanno parte al seminario.

 

Giovedì, 8 aprile - Zo – Centro Culture Contemporanee:

Ore 20.00:  Presentazione libro Re-Sisters. Donne e resistenza globale contemporanea a cura di Laura Fantone e Ippolita Franciosi e proiezione del video “ReSisters - Donne in movimento” Sabato 10 e Domenica 11 aprile - Zo - Centro Culture Contemporanee:Per la Rassegna ALTRE SCENE, in collaborazione con TE.ST Gesti Contemporanei - Teatro Stabile CataniaOre 21.00: “Io ho fatto tutto questo” (di Maria Arena e Daniela Orlando, reading Emanuela Villagrossi, musiche originali Carmen Consoli). Suggestioni sonore e vocali, performance e video: un percorso legato alla biografia di Goliarda Sapienza e la sua formazione di scrittrice attraverso i testi autobiografici che precedono ‘L’arte della gioia’.Ingresso: € 13goliarda-manifestoresized.jpg

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Goliarda Sapienza

12 Marzo 2010

Goliarda Sapienza

Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono nè alberi nè case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché, ma lo devo fare. Lasciamo questo mio primo ricordo così com’è: non mi va di fare supposizioni o d’inventare. Voglio dirvi quello che è stato senza alterare niente.

Questo è l’incipit del romanzo “L’arte della gioia”, della catanese Goliarda Sapienza, nata a Catania nel 1924 da Giuseppe Sapienza e Maria Giudice (la prima donna dirigente della Camera del lavoro di Torino). E forse proprio queste frasi ci possono fare capire il tipo di persona che era Goliarda: vera, sincera e libera. Goliarda cresce in un clima di assoluta libertà. Non ha vincoli sociali. Addirittura non frequenta regolarmente la scuola perchè il padre non voleva che la figlia fosse soggetta ad imposizioni fasciste. A sedici anni si iscrive all’accademia nazionale d’arte drammatica di Roma e per un periodo intraprende la carriera teatrale, distinguendosi nei ruoli delle protagoniste pirandelliane. Lavora anche per il cinema, inizialmente spinta da Alessandro Blasetti, poi si limita a piccole apparizioni come in Senso di Luchino Visconti. Sotto la regia di Blasetti nel 1946 recita in “Un giorno nella vita” e ne 1948 in “Fabiola”. Nel 1950 recita in “Persiane chiuse” di Comencini, nel 1951 appare in “Altri tempi”, nuovamente di Blasetti, mentre nel 1955 ha una parte in “Ulisse”e in “Gli Sbandati” di Francesco Maselli. Nel 1970 ha una parte in “Lettera aperta ad un giornale della sera” sempre di Francesco Maselli e nel 1983 recita sotto la regia di Marguerite Duras in “Dialogo di Roma”.

Sentimentalmente si lega al regista Citto Maselli, ma qualche anno dopo sposa il copywriter Angelo Maria Pellegrino. Poi lascia il palcoscenico e il cinema per dedicarsi alla carriera di scrittrice. Ma la sua vita è complicata. Verso la fine degli anni Sessanta finisce in carcere per un furto di oggetti in casa di amiche. E sempre dal carcere, ma anche dopo, contina a scrivere pubblicando poche opere, tranne alcune come “Le certezze del dubbio”. Ma il suo capolavoro è “L’arte della gioia”, una sorta di romanzo autobiografico in cui dalla sua penna Goliarda fece un ritratto non solo di se stessa, ma anche della società del tempo e riuscì a trattare argomenti scomodi per il periodo come la libertà sessuale, la politica, la famiglia. Per questo il libro non fu mai pubblicato e va alle stampe postumo nel 2000, riscuotendo prima indifferenza e a distanza di anni enorme successo di critica. Fra le altre sue opere citiamo “Lettera aperta”, “Il filo di mezzogiorno”, “Università di Rebibbia”, “Le certezze del dubbio” e “Destino coatto”.

Ed è proprio a causa del suo romanzo “L’arte della gioia” che Goliarda, nota negli ambienti artistici e culturali romani, attrice, scrittrice, compagna per 17 anni di Francesco Maselli, si riduce in povertà. Nella casa romana di via Denza pende lo sfratto e le viene tagliata anche la luce. E lei ruba a casa della amiche. Un furto per disperazione, lo aveva definito lo scrittore Angelo Pellegrino che ha vissuto con lei per 20 anni e che ha curato la sua opera. Nella prefazione al libro racconta che Goliarda scriveva sempre a mano per sentire l’emozione nel battito del polso, servendosi di una semplice Bic nero-china a punta sottile. “Scriveva - si legge nella prefazione - come leggeva, da lettrice, scriveva per i lettori più puri e lontani, con abbandono lucido e insieme passionale, affettuoso e sensuoso, attenta ai battiti cardiaci di un’opera, più che ai concetti e alle forme”. Goliarda scriveva in solitudine, guardando il mare, di mattina, su fogli extrastrong piegati in due perchè il formato ridotto le consentiva una sua idea di misura, dove vergava le parole con una grafia abbastanza minuta, facendo ciascun rigo via via più rientrato sino a ridurlo a una o due parole, allora ricominciava daccapo con un rigo intero e veniva fuori un curioso disegno, una specie di elettrocardiogramma di parole, una scrittura molto cardiaca. E’ così che è definita da Pellegrino nella prefazione de “L’arte della gioia” la scrittura della sua compagna di vita.

Goliarda Sapienza non vedrà mai l’uscita di quel romanzo a cui aveva dedicato tutta se stessa. Pellegrino riesce a farlo pubblicare da Stampa Alternativa, nell’indifferenza totale di tutto il mondo culturale. Per uscire dall’ombra nel suo Paese d’origine, il romanzo deve prima sbarcare in Francia dove è stato tradotto e da dove è partita la popolarità di questa siciliana orgogliosa, tenace, libera e senza pregiudizi. Per mesi il suo romanzo ha dominato le classifiche dei libri più venduti e ha appassionato i critici che lo hanno paragonato a “Il gattopardo” o a “Horcynus Orca”. Nelle edicole c’è anche il romanzetto “L’università di Rebibbia”, nato dalla carcerazione seguita al furto di gioielli nella casa dell’amica romana. “L’ho fatto per rabbia - aveva raccontato all’epoca - per provocazione. Lei era molto ricca, io diventavo sempre più povera. Più diventavo povera più le davo fastidio. Magari mi invitava nei ristoranti più cari, ma mi rifiutava le centomila lire che mi servivano per il mio libro. Le ho rubato i gioielli anche per metterla alla prova, ma ero sicura che mi avrebbe denunciato”. Da questo diario-romanzo emerge la figura di una signora che parla in modo forbito, guardata con sospetto dalle compagne di cella per i suoi vestiti, ma che presto capisce che lì non ha bisogno di fingere, se è borghese, non può nasconderlo. Nella dura e fredda realtà del carcere, Goliarda scopre anche cosa vuol dire solidarietà, calore, amicizia. Tutta la sua esistenza è fuori dall’ordinario, anche per i due tentativi di suicidio, l’elettroshock subito, la cura psicanalitica.

Negli ultimi della sua vita Goliarda Sapienza insegna recitazione presso il Centro sperimentale di cinematografia di Roma. Goliarda è riuscita a dare voce all’emotività senza quel forzato distacco che caratteriza molti degli autori contemporanei. Muore a Gaeta e qui viene seppellita nel 1996, mentre fiori rossi e terra bruna cadono sul suo feretro. Tutti al suo funerale hanno pensato che presto si sarebbe ricominciato a parlare di lei. E così è stato. “Sai come sono fatta - aveva detto ad una conoscente tre giorni prima di morire - è possibile che scompaia per un po’ per poi tornare all’improvviso”. E all’improvviso è scoppiato il caso editoriale del libro a cui ha dedicato parte della sua vita e che non ha mai visto pubblicato.

Chiudiamo questo omaggio ad un’altra siciliana doc con dei suoi versi:

Non sapevo che il buio
non è nero
Che il giorno non è bianco
Che la luce
acceca
E il fermarsi è correre
Ancora
di più

(Questo articolo è stato pubblicato sull’Eco di Sicilia.)

Di Maria Chiara Ferraù. 13 Febbraio 2009; tratto da http://www.stampalternativa.it/wordpress/2009/02/13/goliarda-sapienza-uno-strano-destino/

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