Tra tante scrittrici, perché proprio Goliarda? In che cosa è diversa da altre scrittrici?
Diversa è diversa. Per questo ancora stenta ad essere compresa: lei è stata, ed ha raccontato, un modo di essere donna non previsto dai cliché sociali e… dirompente. C’è una cosa che accomuna le protagoniste femminili dei suoi romanzi e appartiene anche a lei: il fatto di vivere fino in fondo le contraddizioni della vita, ritrovandosi a percorrere lungo difficili crinali esistenziali, disposta a correre molti rischi pur di essere se stessa.
La sua continua ricerca d’intensità ed autenticità implica un modo di essere donna e di raccontare le donne molto diverso da quello imposto tradizionalmente dai canoni culturali: un modo estremamente spregiudicato che non piace a molte femministe, e che invece fa innamorare follemente di lei tutte le persone, donne e uomini, che hanno voglia di sganciarsi da falsità e maschere sociali e di contattare la propria anima nuda.
Anch’io da quando l’ho incontrata mi sento cambiata, come se lei mi avesse portato a visitare un luogo di me stessa da cui non voglio più tornare indietro. Ovviamente se volessi potrei farlo così come è evidente che questo luogo non è statico, posso spostarmi in qualsiasi direzione le circostanze della vita e le mie scelte mi condurranno in futuro. Ma lei non è passata invano. Mi ha lasciato un coraggio che prima non avevo. Lei non era semplicemente anticonformista, lei si imponeva di avere sempre un pensiero proprio su ogni cosa le si presentasse davanti. Ma anche nei confronti di questo pensiero si interrogava, lo metteva in discussione. Aveva sia il coraggio di pensare in maniera davvero libera sia il coraggio di cambiare idea, ponendosi all’opposto di ogni conformismo e adesione incondizionata ai quali contrappone il dubbio, “le certezze del dubbio”, come diceva lei.
Puoi accennare agli eventi più significativi delle vicende familiari di Goliarda Sapienza?
La cosa più ripetuta riguardo alla sua formazione è l’antifascismo dei genitori, ma la formazione non è fatta solo di idee ma soprattutto di esperienze. Nata a Catania nel 1924 da genitori vedovi che avevano già sette figli la madre e tre il padre, Goliarda fa esperienza della morte fin da piccolissima, perdendo ben cinque fratelli. Inoltre il suo nome è dovuto alla morte di un altro fratello, figlio del padre, ucciso nel 1921 probabilmente dalla mafia.
La sua infanzia e adolescenza trascorsa in piena epoca fascista, in mezzo a molti lutti e un clima di repressione, le fanno sperimentare come per sopravvivere e farsi notare dai propri oggetti d’amore (genitori, fratelli e sorelle) le fosse indispensabile una estrema carica di energia vitale: divenire il centro vitale della casa, colei che semina vita e gioia in mezzo a tanti lutti, malattie e discordie. A fermarla è solo la malattia che sperimenta all’età di nove anni ammalandosi di difterite e poi da adolescente con la TBC. Intanto si trasferisce a Roma dove oltre ad essere allieva della scuola d’arte drammatica si ritrova a fare la staffetta partigiana e, soprattutto, l’unica ragione di vita della madre, ex militante socialista, gravemente depressa e malata di diabete, che la figlia cura, tenendola in casa con sé, fino a quando non le sarebbe morta fra le braccia nel 1953. Nella mia biografia dedico anche un’ampia parte iniziale alle vicende esistenziali e politiche della madre di Goliarda: Maria Giudice, dimenticata personalità storica del socialismo e sindacalismo italiano.
Tra gli anni 50 e 60 la troviamo accanto a Citto Maselli in quell’ambiente intellettuale, forse un po’ snob, nel quale si è portata avanti tanta ricerca artistica. Ma G. resta dietro le quinte, in senso letterale e metaforico, ai margini di quel magma che poi sfociò nella contestazione politica e soprattutto culturale che ha acceso la fine degli anni ‘60. Come spieghi questo atteggiamento?
Quello che conta dire non è tanto che lei stesse dietro le quinte, quanto che lei non era disposta a vivere nell’autenticità. Non era disposta non semplicemente a un livello ideale, ma proprio visceralmente. Questo rifiuto viscerale di tutto quanto le appare inautentico, la non disponibilità a fare compromessi con il proprio senso etico, la conduce ad abbandonare la carriera teatrale, a non riuscire a sfondare nel cinema e anche contribuisce a provocare una grave depressione, che la porta per due volte a tentare il suicidio. Goliarda inizia la carriera teatrale a Roma, nel periodo difficile del secondo dopoguerra. Pur avendo frequentato per intero l’Accademia d’Arte drammatica, non si diploma perché contesta gli insegnamenti retrogradi dell’Accademia e forma una compagnia di avanguardia insieme ad altri ex studenti contestatari, attratti, come lei, dal metodo proposto da Stanislavskj in quegli anni. Fare l’attrice le piace perché attraverso la recitazione può esprimere la pienezza e contraddizione del suo animo, ma non le piace il mondo falso in cui vivono attori e attrici di successo.
In che modo ha lavorato nel cinema?
Vi ha lavorato da attrice in parti minori ma con importanti registi dell’epoca come Visconti e Comencini. Ma il lavoro più importante che ha fatto è quello che lei definiva di “cinematografara”, che consisteva nella factotum accanto a Citto Maselli (suo compagno di vita tra il 1947 e il 1965), nella regia di tutti i suoi documentari e dei primi lungometraggi. Il lavoro di “cinematografara” nell’ambito del cinema d’“autore” appassiona infinitamente la futura scrittrice Goliarda Sapienza, che nelle sue migliori opere letterarie fa tesoro di quella che lei definiva “l’università del cinema”.
A me sembra che, consumato l’ardore rivoluzionario per interposta persona (la madre, il padre) è poi passata ad una rivoluzione interiore della quale solo oggi cominciamo a comprendere l’importanza. Che ne pensi? Forse è per questo che ha lasciato il teatro e si è dedicata alla narrazione.
Immagino che a una domanda di questo tipo Goliarda avrebbe potuto risponderti con una delle sue battute ironiche. Ti avrebbe detto che “la rivoluzione ci pensava mia madre a farla!”, così come nei romanzi autobiografici ripete più volte “la sindacalista era mia madre!” sottintendendo che lei aveva scelto di svincolarsi dall’idea di avere la “fede” per cui lottare e su cui educare le masse, che aveva avuto sua madre. A lei la politica non interessava, così come non le interessava trovare, raggiungere degli obiettivi. Voleva piuttosto sperimentare e continuare a cercare. Per questo preferiva le certezze del dubbio a quelle della verità. Eppure in questo si palesa una delle sue tante contraddizioni perché anche lei ha fatto politica! L’ha fatta seduta alla scrivania a scrivere i suoi libri e a inventarsi un personaggio come Modesta: una donna in grado di rinascere continuamente a se stessa. Nella continua rinascita vi è la rivoluzione interiore di cui parli tu, e che consiste nel contattare le parti di sé più profonde e sostenere l’autenticità umana. In un passo di “L’arte della gioia” si legge: “Rinasce Modesta partorita dal suo corpo, sradicata da quella di prima che tutto voleva, e il dubbio di sé e degli altri non sapeva sostenere. Rinasce nella coscienza d’essere sola”. Da un punto di vista biografico questa “rinascita” riguarda la grave depressione da cui l’autrice è emersa. Jung diceva che la depressione è una malattia dello spirito che ti porta sull’orlo dell’abisso del tuo stesso inconscio. In bilico come un/a funambolo/a, ma anche più vicino a te stesso/a. Se attraversata la depressione può essere un grande strumento di crescita.
Quale ti sembra l’episodio più felice della sua vita? Quale il più drammatico?
Verrebbe da rispondere che l’episodio più drammatico della sua vita deve essere stato senz’altro l’esperienza nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Roma in cui ha subito una serie micidiale di elettroshock causandole anche danni celebrali. Verrebbe da dire questo perché lei questo diceva. Ma io invece penso che alcuni episodi della sua infanzia, che in fondo il medico che le ha fatto l’elettroshock voleva, in buona fede, aiutarla a dimenticare (senza riuscirci) siano stati molto più tragici. In particolare episodi di solitudine, ai limiti dell’abbandono. Come quando, a sei anni, è rimasta da sola per ore chiusa fuori dal balcone e fuori diluviava: ma lei doveva stare zitta, per non farsi vedere dalla polizia fascista, che perquisiva la casa, distruggendo oggetti e carte. O quando è morto il fratello minore all’età di due anni, e un fratello e una sorella più grandi: lutti avvenuti tutti intorno ai suoi quattro anni di età. Immagino che esperienze simili permangano nella memoria emozionale in maniera davvero tragica e distruttiva. Tra i momenti felici annovererei senz’altro il tempo da lei trascorso nella costiera Amalfitana, o a Gaeta, quando ancora non erano località turistiche e Goliarda vi andava per cercare un suo intimo rapporto con la natura selvaggia e con il mare. O anche felici sono stati i lunghi giorni trascorsi “insieme alla mia Modesta”, (come scrive lei nei diari) quando per quasi dieci anni si è chiusa in casa a scrivere “L’arte della gioia”.
In che cosa può aiutarci l’incontro con Goliarda?
Nel ritrovare, attraverso di lei, la possibilità di essere una persona veramente libera. Anzi di più: una funambola, che ha il coraggio di attraversare la complessità dell’esistente nella maniera più rischiosa possibile: in bilico tra ambiguità e contraddizioni, aspirando a fare chiarezza tra le bugie per guardare alla realtà nuda di cose e persone senza sentire il bisogno di aderire ad alcuna “fede” o “chiesa” che facilitino la via. Questo è stata lei: una funambola tra le contraddizioni, tra il bene e il male, il bello e il brutto, il giusto e lo sbagliato. A ogni passo un po’ più consapevole che cose apparentemente in opposizione tra loro, non sono che il risvolto di una stessa emozione.
Come si intitola il tuo libro e chi lo pubblica?
La porta è aperta. Vita di Goliarda Sapienza.
Pubblicato da Villaggio Maori.
(Intervista comparsa sulla rivista “Il cavallo di Cavalcanti”, anno 2, numero 3, dicembre 2008)
(per acquistarlo-> http://www.descritto.it/area/ordina.php?riga=166)
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